Untitled
Ci siamo conosciuti in un pub. Un pub molto affollato, una domenica sera. C’era la jazz band che suonava qualcosa che il mio corpo assimilava ma il mio orecchio metteva in secondo piano. Ero seduta a un tavolo e bevevo della diet coke, che ero un pochino alticcia e un pochino confusa. E’ quel tipo di pub, quello in cui ci siamo conosciuti, in cui anche se arrivi da sola, finisci per parlare con delle persone assolutamente sconosciute, capita che ti offrano da bere, capita che ti facciano delle foto, capita. Mi ha detto una cosa che ora non ricordo, una cosa stupida o banale o stupidaebanale. C’era qualcosa di assolutamente familiare nel suo volto, forse era solamente il collage di tutti gli amori che ho avuto. Ha gli occhi chiari, grigi, non blu, non azzurri, grigi come il cielo di Londra la mattina alle otto. E’ alto e ha il fisico nervoso, come se t’aspettassi che da un momento all’altro, scattasse a correre, così, come una folata di vento. Ha le braccia molto lunghe, le dita delle mani molto lunghe, non si mangia le unghie e porta degli occhiali che lo fanno sembrare molto imbranato, un po’ nerd, ma simpatico, uno che ti fa tenerezza perchè è sfigato. In realtà è di una bellezza incredibile, tutta irregolare: la mascella squadrata, gli occhi piccoli, il naso regolare, la barba incolta, i capelli che accennano a un futuro da stempiato, i capelli persi in giro, corti, il sorriso irregolare, la bocca simile alla tua, ha le tue stesse labbra, le tue stesse labbra. Era familiare.
Era familiare in un modo che non avrei saputo spiegarmi, quindi l’ho baciato. Avevo ragione, baciava esattamente come pensassi che baciasse, come se non avessimo mai fatto null’altro nella vita che baciarci. E’ stato in quel momento che ho deciso. Abbiamo parlato di come ci saremmo innamorati, in futuro. Gli ho spiegato che porto problemi, che mi riesce bene litigare, che mi riesce restare arrabbiata a lungo, che voglio avere sempre ragione, che sono vagamente isterica. Mi ha risposto che andava bene così, che sarà capace di attutire i miei colpi con l’equilibrio che si porta dentro, e che ho il labbro superiore delle labbra incredibilmente bello. Gli ho detto che ci saremmo innamorati presto, che lo sapevo e basta. Abbiamo parlato come se non ci fosse domani, che forse non c’è, abbiamo riempito i silenzi, abbiamo taciuto, ci siamo guardati negli occhi per delle ore che ci sono sembrati minuti. Ci conoscevamo da meno di sei ore. Abbiamo riso, ho sorriso sempre. Mi ha comprato quattro muffin giganti, abbiamo fatto la spesa insieme. Due sconosciuti che fanno la spesa insieme, e non sanno nemmeno se si rivedranno mai più.
Magari lo racconteremo ai nostri nipoti sai, di come ci siamo conosciuti, e allora lo devo scrivere adesso, perchè tra cinquanta anni mi sarò dimenticata i particolari, o li avrò modificati, o me ne inventerò qualcuno. Voglio ricordarmeli tutti, come si impara una filastrocca a memoria all’asilo che poi te la porti nella testa per tutto il resto della vita, come un mantra, o una canzone sporca, o una preghiera.
Magari non ci rivedremo mai più. E allora tutto questo scrivere, sarà stato solo un esercizio di stile, che la maestra alle medie mi diceva che non ero così brava con le descrizioni, e che mi sarei dovuta esercitare.